Coronavirus tra abnegazione e imprevidenze. Da Bergamo a Pesaro i comuni con la più alta mortalità

Un aumento abnorme dei decessi nelle città più esposte all’epidemia, addirittura superiore al numero elevatissimo dei morti per coronavirus registrati in quei territori dal sistema sanitario nazionale. Pubblicando in anticipo, rispetto ai tempi consueti dell’elaborazione, i dati di mortalità della popolazione italiana aggiornati ai primi mesi dell’anno, l’Istituto nazionale di statistica ha fornito informazioni utilissime per comprendere l’effettivo impatto del Covid-19, particolarmente nei luoghi in cui si sono sviluppati i focolai di infezione più intensi. E per misurare le carenze delle risposte organizzate dal sistema Paese, sia sul piano delle misure di prevenzione e contenimento dell’epidemia sia su quello della presa in carico dei malati e delle terapie sanitarie.

I dati di mortalità
I cinque comuni capoluoghi di provincia, tra quelli censiti dall’Istat, che hanno registrato la maggiore mortalità complessiva nel marzo 2020 – per incremento percentuale rispetto alla media del mese del quinquennio precedente e per indice sulla popolazione residente (come riportato nella tabella) – sono Bergamo, Cremona, Piacenza, Lodi e Pesaro: i primi quattro in contiguità territoriale nell’Italia Nord occidentale, tra Lombardia ed Emilia, intorno al Lodigiano dove è stato individuato il primo focolaio italiano dell’epidemia, il quinto nell’Italia centrale sul mare Adriatico con una cesura geografica di 300 chilometri (il sequenziamento del genoma del virus dei campioni clinici potrebbe permettere di ricostruire la catena di trasmissione). Seguono Brescia, Parma e Biella, tra Lombardia, Emilia e Piemonte.

Nella statistica sono compresi 1.691 comuni (quelli per i quali la raccolta dei dati di mortalità in tempi brevi, attraverso l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, è stata ritenuta affidabile dall’Istat). Si tratta di circa un quinto dei comuni totali, di cui 33 capoluoghi di provincia (il 30%), tra i quali gran parte di quelli maggiormente esposti all’epidemia. L’Istat ha reso disponibili i dati per il loro rilievo in relazione alle valutazioni di ordine epidemiologico e di politica sanitaria.

Italia seconda al mondo per numero di vittime
I valori di mortalità, nella loro oggettiva crudezza, superano i limiti
in termini di mezzi disponibili, affidabilità dei test (molecolari e sierologici) ed efficacia della strategia dello screening sulla popolazione dei soggetti positivi al virus, restituendo le reali peggiori conseguenze dell’epidemia e, indirettamente, il grado di adeguatezza delle misure di contrasto. L’Italia è tra i Paesi al mondo che hanno pagato il tributo più alto di vite umane: per numeri assoluti (aggiornati al 30 aprile) è seconda con 27.967 vittime solamente agli Stati Uniti d’America (63.871) e quinta in rapporto alla popolazione con 463 morti ogni milione di abitanti dopo San Marino (1.208), Belgio (655), Andorra (544) e Spagna (525), come riportato nella statistica globale pubblicata da “Worldometers”.

Impreparazione, ritardi ed eroismo
In base ai dati statistici e alle evidenze di cronaca, il nostro Paese si è fatto trovare impreparato all’espansione del virus che, salvo i due turisti cinesi isolati all’istituto Spallanzani di Roma il 29 gennaio, è stato diagnosticato per la prima volta il 20 febbraio – 51 giorni dopo l’allarme lanciato dalla Cina – su un 38enne sportivo senza malattie pregresse nell’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi.

A fronte dell’abnegazione e della resistenza del personale sanitario che si è trovato ad affrontare con sacrificio personale l’inattesa forza d’urto dell’epidemia, con il giustificato riconoscimento di eroismo sociale da parte della comunità nazionale, si sono accumulati ritardi, contraddizioni e imprevidenze nella gestione dell’emergenza, con responsabilità che dal piano locale si possono fare risalire a ritroso, per la parte di ciascuno, fino all’Organizzazione mondiale della sanità, che è stata denunciata dal Codacons alla procura della Repubblica di Milano per un governo della crisi ritenuto disastroso (per esempio, l’Oms ha raccomandato i tamponi faringei solo sui casi sintomatici e non ha dato indicazioni per l’uso generalizzato delle mascherine facciali, con direttive a cui si è uniformato l’Istituto superiore di sanità italiano, nonostante le incongruenze emerse con vari studi internazionali che hanno rilevato la contagiosità anche degli asintomatici e la presenza del virus nell’aerosol fino a 7/8 metri di distanza da una persona infetta che tossisca o starnutisca).

La filiera sanitaria della prevenzione e dell’assistenza in Italia, prima e dopo la dichiarazione da parte del Consiglio dei ministri il 31 gennaio 2020 dello stato di emergenza nazionale per il Covid-19 della durata di 6 mesi, è risultata inadeguata, a partire dal mancato aggiornamento da dieci anni del piano pandemico nazionale, ed è stata travolta dallo sviluppo massivo delle infezioni di coronavirus, che si sono manifestate alla fine di febbraio con patologie respiratorie rapidamente evolute nello stadio più grave e non solo quelle (è stata rilevata una significativa mortalità anche per cardiopatie correlate al virus).

Le carenze del sistema sanitario
La medicina territoriale è risultata sguarnita pressoché totalmente dei dispositivi di protezione individuale, di cui le strutture ospedaliere erano dotate spesso al minimo; focolai di infezione si sono sviluppati negli ospedali e nelle residenze per anziani a causa dell’intempestiva attivazione di procedure di sicurezza e di percorsi protetti; la rete clinica è risultata gravemente carente dei posti letto di terapia intensiva e delle apparecchiature di ventilazione, senza la capacità di aumentarne la dotazione al passo con l’esplosione del contagio laddove i focolai sono stati più intensi.

Le progressive misure di contenimento sociali adottate dal Governo hanno seguito e non preceduto l’espansione del virus producendo con il lockdown effetti inferiori alle aspettative. Tanto che l’annunciata riapertura delle attività procederà molto più lentamente rispetto alle attese di diverse categorie per evitare gli scenari allarmanti, con la ripresa dei contagi, associati, nelle stime dell’Istituto superiore di sanità, a un allentamento più rapido delle misure restrittive.

La sottovalutazione politica
Alla sottovalutazione dell’epidemia nella fase iniziale, dopo l’istituzione delle zone rosse il 22 febbraio in dieci comuni del Lodigiano e nel comune veneto di Vo’ Euganeo, ha contribuito anche la campagna politica guidata dai sindaci – da Milano, a Bergamo, a Pesaro -, su stimolo degli operatori economici, per non fermare l’Italia, mentre il sistema sanitario ospedaliero delle zone più esposte al virus (spesso nelle città degli stessi sindaci) stava per collassare sulla spinta del Covid-19.

La causa sono stati i focolai di infezione che già covavano da settimane con malattie che erano state trattate come influenze o polmoniti comuni. In pratica, il sistema di vigilanza nazionale attivato a fine gennaio dal Ministero della salute, anche con il blocco dei voli diretti dalla Cina, non ha intercettato il virus, che forse allora, secondo le valutazioni di alcuni medici sul campo e di un recente studio della Regione Lombardia, era già entrato nel Paese. Lo sviluppo massivo dell’epidemia, dopo il riconoscimento del coronavirus, ha portato negli ospedali pazienti che avevano già superato la prima fase del malessere diffuso della patologia con sintomi influenzali, per entrare nella fase dell’insorgenza delle difficoltà respiratorie che degrada rapidamente nella terza fase dell’infiammazione sistemica, con una reazione aberrante del sistema immunitario che danneggia tutti gli organi. Una fase quest’ultima che necessita di una terapia intensiva rianimatoria.

La saturazione delle terapie intensive
In questo modo, nella prima decade di marzo quando il coronavirus clinicamente ancora non si conosceva in modo esteso, si sono rapidamente saturati, per un ritardo nella presa in carico dei malati a domicilio da parte della sanità territoriale, i posti letto in diversi ospedali, particolarmente quelli di terapia intensiva, con l’occupazione di tutti i ventilatori polmonari. Per le carenze delle dotazioni riscontrate nei centri clinici rispetto alle improvvise esigenze, la società italiana dei rianimatori ha messo a punto un protocollo etico per gestire l’emergenza laddove le risorse intensive sono insufficienti per tutti i pazienti, affermando che deve essere perseguito il principio della maggiore speranza di vita nel momento in cui si devono prendere decisioni incidenti sulla sorte finale dei malati, scegliendo in sostanza su chi concentrare gli sforzi nella lotta al virus.

A Bergamo il picco di mortalità
Bergamo è il comune capoluogo che a marzo ha registrato il maggiore incremento della mortalità, in base ai dati Istat: 540 decessi in più rispetto alla media del mese nel quinquennio precedente, che era pari a 126, una percentuale abnorme del + 428,6%, per complessivi 666 decessi.
Hanno fatto il giro del mondo le immagini della carovana di camion militari che a metà marzo trasportavano le bare delle vittime del coronavirus da Bergamo in altre città per la cremazione, per il sovraccarico dell’impianto cittadino. Tutta la provincia bergamasca è stata colpita da uno dei focolai più virulenti, che ha coinvolto l’ospedale di Alzano Lombardo, città a 7 chilometri da Bergamo, dove il 23 febbraio era stata diagnosticata l’infezione da coronavirus a due pazienti. La mancata istituzione della zona rossa, raccomandata il 2 marzo dall’Istituto superiore di sanità, ha impedito il contenimento del virus, diffusosi in tutta la val Seriana, tanto che a marzo l’incremento della mortalità ad Alzano Lombardo, rispetto al quinquennio precedente, è risultato del 990% (da 10 a 109 decessi) e nella vicina Nembro addirittura del 1.158,3% (da 12 a 151). Concretamente un’ecatombe.

Già prima della pubblicazione di questi dati da parte dell’Istat, il giornale l’Eco di Bergamo aveva verificato con le sue cronache locali come il numero dei morti nei vari comuni del territorio fosse di molto superiore a quello comunicato dal bollettino quotidiano dei decessi da coronavirus. Nelle abitazioni e nelle case di riposo erano morti molti anziani, che presentavano i sintomi della malattia, a cui non era stato eseguito il tampone.

Più decessi, non solo coronavirus
Un fenomeno riscontabile pressoché in tutte località colpite dal virus. Nel comune di Pesaro, come riportato dal Corriere Adriatico, in base ai dati Istat a marzo sono stati registrati 310 decessi, con un incremento del 260,5% rispetto alla media del quinquennio precedente, pari a 86. Di questi 224 morti in più, il Gruppo operativo regionale per le emergenze sanitarie delle Marche nei suoi bollettini quotidiani ne attribuisce al virus 150 (con una leggera discrepanza per il criterio di attribuzione territoriale comunicato: residenza per l’Istat, domicilio per il Gores), la differenza di 74 in ogni caso è statisticamente significativa perché corrisponde a un terzo dell’aumento. E può essere considerata un indice del collasso del sistema sanitario ospedaliero.

Il collasso del sistema sanitario ospedaliero
Infatti, anche in base all’esperienza di Bergamo, si può ipotizzare che questo numero eccedente di morti rispetto alla statistica del Covid-19 sia in buona parte costituito da persone decedute a casa o nelle strutture per anziani con sintomi compatibili con un’infezione da coronavirus senza che ne fosse stata accertata la positività. Malati che il sistema sanitario non ha individuato con i test, non ha isolato per contenerne la contagiosità e quindi non ha trattato terapeuticamente nel modo appropriato. In questo divario di decessi è compresa anche una quota di pazienti acuti di altre patologie, che potrebbero aver rifiutato le cure ospedaliere temendo il contagio, secondo il rischio segnalato diffusamente nel mese di marzo dai medici di base e dagli operatori del 118 nel caso di un ricovero. Infine, si deve mettere in conto che in questa differenza si celino casi gravi di altre patologie che il sistema ospedaliero non è riuscito a trattare perché sopraffatto dall’emergenza, in una condizione di riduzione delle attività chirurgica e ambulatoriale elettive con scarsità di risorse di terapia intensiva, tanto più laddove l’ondata di malati di Covid-19 ha provocato significative disfunzioni organizzative.

La stessa Istat, nelle sue successive elaborazioni, ha formulato le stesse ipotesi per questa eccedenza dell’aumento dei decessi, rispetto ai morti attribuiti dal sistema di sorveglianza sanitaria al Covid-19. In particolare ha indicato tre cause: la malattia tipica del virus non accertata con il tampone, la correlazione al coronavirus di disfunzioni letali di organi quali cuore e reni in persone analogamente non testate (due cause riassumibili nel contagio non individuato), la crisi del sistema ospedaliero e il timore dei pazienti di recarsi in ospedale nelle aree maggiormente colpite (due ipotesi associate).

La sospensione degli accessi ai pronto soccorso
Nell’azienda Marche Nord, per esempio, per diversi giorni nella prima quindicina di marzo è stato inibito l’accesso delle ambulanze del 118 ai pronto soccorso di Pesaro e Fano per le patologie internistiche, salvo quelle “tempo dipendenti”, “per non mettere a repentaglio l’incolumità e la sicurezza dei pazienti” a causa della saturazione di tutti i posti letto dei reparti di malattie infettive, medicina d’urgenza, pronto soccorso e rianimazione, con l’occupazione di tutti i presidi respiratori.

Il costo insostenibile
La grande tragedia collettiva del coronavirus presenta un costo umano che per certi versi è insostenibile, a causa dell’improvvisa scomparsa affettiva e sociale delle vittime dell’epidemia: decine di migliaia di persone inghiottite dalla malattia negli ospedali e negli ospizi, lontano dagli affetti e senza la dignità di un commiato pubblico. Contro l’oblio di queste vite, è dovuta la testimonianza della verità su quanto accaduto.