Senza partecipazione l’autunno della democrazia, una riforma dei partiti per la sovranità dei cittadini

Un sistema politico eroso nei contenuti democratici, senza reali spazi né effettive occasioni di partecipazione, con un meccanismo elettorale che priva i cittadini della scelta dei propri rappresentanti, limitando la preferenza alla lista o allo schieramento, e con procedure istituzionali che, nella tutela nominale degli interessi nazionali, subordinano l’appello al voto a ragioni contingenti di convenienza elettorale. Un sistema occupato in buona parte da partiti personali, che sono tali anche quando hanno una tradizione politica alle spalle nella misura in cui sono governati in modo autocratico da capi carismatici, mentre la comunicazione politica è dominata da temi emotivi e demagogici che finiscono per scadere nella disinformazione.

Governo e populismo

Il premier Giuseppe Conte

E’ questa la congiuntura politica italiana che definisce un autunno della democrazia, con un governo nazionale che è apprezzato dalle cancellerie europee e dai mercati finanziari ma gode di un consenso minoritario nel Paese, misurato peraltro dalle intenzioni di voto testate con assiduità intrasettimanale attraverso i sondaggi d’opinione. Un esercizio meramente virtuale del potere sovrano del popolo, produttivo di effetti politici solamente nella definizione delle strategie dei capi dei vari partiti e movimenti – tra pressioni, minacce e ultimatum sui temi di governo – per accelerare o ritardare il momento delle elezioni.

Emerge in questo modo l’antitesi, non esente da rischi, tra un governo tendenzialmente formato da élite politiche e tecniche che persegue obiettivi di risanamento economico e di promozione sociale e il progressivo scivolamento del Paese verso il populismo, fenomeno largamente praticato in Italia, per il quale il capo politico esalta, stimola e mobilita il popolo, nelle piazze e attraverso i media di massa e personali facendosi dichiaratamente interprete delle esigenze e istanze dei cittadini ma senza una loro reale partecipazione alle scelte politiche, con una dinamica politica calata dall’alto verso il basso.

Matto Salvini

Oggi il campione è Matteo Salvini, emulato in un’inedita variazione di genere per la politica italiana da Giorgia Meloni, come ieri era Beppe Grillo e prima ancora Silvio Berlusconi.

Il portato di questo indirizzo, in un cortocircuito tra democrazia, comunicazione e nuove tecnologie, è la diffusione nelle interazioni politiche di base, particolarmente visibili nei social network, di incomprensione e diffidenza al posto del confronto, di intolleranza e ostilità invece della condivisione, minando alla base il patrimonio condiviso di valori e identità, principi e prassi della democrazia repubblicana.

L’hybris dei pieni poteri
La manifestazione in piazza San Giovanni a Roma della Lega, con Fratelli d’Italia e Forza Italia, ha riproposto l’appello alle elezioni e il tema della manovra di palazzo a conclusione della bizzarra crisi di governo di agosto aperta da Matteo Salvini. Una crisi segnata dagli errori tattici del leader della Lega, rimasto vittima dell’hybris dei pieni poteri e di un approccio alle procedure politico istituzionali da lui stesso definito ingenuo.

La manifestazione a Roma, in piazza San Giovanni, il 19 ottobre

La più clamorosa metamorfosi politica sotto la guida del medesimo premier (quantomeno nominalmente, dal governo più a destra della storia repubblicana al governo più a sinistra), permessa dall’identità ibrida rispetto al tradizionale asse destra/sinistra del principale gruppo parlamentare (il Movimento 5 Stelle passato dal contratto con la Lega al programma con il Pd e Liberi e uguali tramite accordi in entrambi i casi d’occasione), ha corrisposto alla prassi istituzionale invalsa di verificare l’esistenza di maggioranze alternative o rinnovate, rispetto a quella di un governo dimissionario, prima di procedere allo scioglimento del Parlamento, in forza delle asserite caratteristiche di una democrazia parlamentare e non plebiscitaria.

Lo scioglimento delle Camere

Meuccio Ruini

Tuttavia, questo percorso misura uno scivolamento verso quelli che, all’origine della Repubblica, erano ritenuti gli eccessi del parlamentarismo, ben noti per l’esperienza del post unitaria, che i padri costituenti intendevano evitare. La facoltà del presidente della Repubblica di “sciogliere le Camere o anche una sola di esse”, come stabilisce l’articolo 88 della Costituzione senza peraltro disciplinarne le cause e gli obiettivi, nel dibattito dell’Assemblea costituente era espressamente ispirata dall’opportunità di adeguare la rappresentanza parlamentare al sentimento politico prevalente nel Paese, nel caso in cui si avvertisse un cambiamento rispetto alle elezioni.

Meuccio Ruini, presidente della cosiddetta commissione dei 75, nella relazione di accompagnamento al progetto della Costituzione, sottolineava che “il fulcro concreto dell’organizzazione costituzionale è qui, nel Parlamento, che non è sovrano di per se stesso, ma è l’organo di più immediata derivazione dal popolo”. “La sovranità spetta tutta al popolo – rimarcava -, che è l’organo essenziale della nuova Costituzione… è la forza viva… l’elemento decisivo che dice sempre la prima e l’ultima parola”.

Costantino Mortati

Il quadro culturale di riferimento all’Assemblea costituente lo definì Costantino Mortati, uno dei più autorevoli costituzionalisti del Novecento, nella relazione della II Sottocommissione sul potere legislativo, in cui per le forme di governo caratterizzate da elezioni ogni 5 o 6 anni precisava che “l’elemento caratteristico comune è dato dalla predisposizione di congegni destinati a mantenere, o a ristabilire prontamente, l’accordo fra i poteri e attuare una intima e costante collaborazione fra i medesimi. Mezzi tipici a questo fine sono il principio della responsabilità politica del Governo innanzi al Parlamento e la dissoluzione delle Camere elettive, nel caso di presunto disaccordo con la volontà popolare”. Tra le situazioni concrete per lo scioglimento del Parlamento, Mortati elencava anche il “sospetto di mutamenti intervenuti nello stato della pubblica opinione durante la legislatura (fra i sintomi più caratteristici sono da ricordare i risultati di elezioni parziali che segnino vittorie dei partiti di opposizione)” prevedendo questa opzione addirittura nei casi in cui sussista il rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo.

Il dibattito sul testo definitivo della Costituzione mostrò chiaramente come fosse condivisa tra i costituenti l’opinione secondo la quale il potere di scioglimento delle Camere è “uno strumento indispensabile per adeguare la rappresentanza popolare ai reali mutamenti dell’opinione pubblica, al di fuori della durata normale delle legislature”, come disse espressamente Aldo Moro intervenendo a nome del gruppo Dc.

La società politica mutata
L’indirizzo divergente rispetto a queste premesse nelle procedure costituzionali delle crisi di governo che si è imposto nella storia repubblicana, particolarmente nell’ultimo quarto di secolo – ogni volta contestato duramente da chi si ritiene defraudato del consenso politico corrente – può trovare latamente un fondamento nel profondo mutamento della società politica italiana rispetto a quella di oltre 70 anni fa, quando fu elaborata la Costituzione (il biennio 1946-’47). L’elettorato è diventato mobile, addirittura liquido, rispetto a una tradizione storica di spostamenti minimi da un’elezione all’altra, e i rilevamenti demoscopici trasmettono una percezione progressiva e continua del cambiamento dell’opinione politica. In questo contesto, lo scioglimento anticipato delle Camere viene inteso attualmente come extrema ratio mentre la scadenza naturale della legislatura diventa l’orizzonte per garantire continuità all’attività parlamentare e stabilità alle istituzioni, soprattutto nel quadro degli impegni internazionali, rispetto agli umori delle piazze, che possono mutare anche rapidamente sulla spinta di climi d’opinione emotivi e contingenti.

La crisi della rappresentanza parlamentare
Tuttavia, il mancato appello agli elettori non esaurisce la critica sul deficit di democrazia, rende solamente più evidente il vulnus rispetto a una concezione della sovranità popolare permanente – e non delegata o ciclica – come veniva intesa dai costituenti allorché la ferita della libertà negata dalla lunga stagione fascista era ancora storicamente e drammaticamente viva.

La Camera dei deputati

In primo piano c’è la crisi della rappresentanza parlamentare, conseguenza della crisi dei partiti accelerata dal crollo delle ideologie e dall’avvento delle leadership personali nello spazio politico dominato dai mass e dai personal media. I parlamentari attualmente sono rappresentativi dei leader o delle segreterie di partito che li hanno candidati, lo sono scarsamente dei territori dove sono stati posizionati o catapultati e pressoché per niente degli elettori che li hanno votati, per via della legge elettorale che dalle politiche del 2006, pur nelle variazioni tra Porcellum, Italicum e Rosatellum e nonostante due censure di incostituzionalità della Consulta, nega ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti all’interno di uno schieramento elettorale o di un partito, attraverso la previsione di liste o listini bloccati per la parte proporzionale oltre che dei collegi uninominali per la parte maggioritaria.

Le occasioni di partecipazione politica per i cittadini si riducono in questo modo per lo più alle manifestazioni di assenso o dissenso nelle piazze e, soprattutto, sui social network dove, proporzionalmente all’impermeabilità e all’incomunicabilità di altri ambiti, i toni spesso sono forti e la critica non di rado travalica di gran lunga i limiti di un confronto corretto e costruttivo.

La mancata attuazione dell’articolo 49
Un punto debole particolarmente sensibile del sistema politico è la mancata attuazione dell’articolo 49 della Costituzione
che individua nei partiti – negli ultimi decenni sovente sostituiti da associazioni e movimenti nell’aggregare politicamente i cittadini – l’architrave che sorregge la politica poggiando sulla sovranità popolare degli eguali: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Pietro Calamandrei

Per comprendere la portata della norma anche in questo caso soccorre il dibattito dell’Assemblea costituente. “Voi capite che una democrazia non può essere tale – disse Piero Calamandrei ai suoi colleghi deputati – se non sono democratici anche i partiti in cui si formano i programmi e in cui si scelgono gli uomini che poi vengono esteriormente eletti coi sistemi democratici. L’organizzazione democratica dei partiti è un presupposto indispensabile perché si abbia anche fuori di essi vera democrazia”.

Purtroppo, nella storia repubblicana i partiti non sono mai stati pienamente democratici. Ci fu uno slittamento del metodo prescritto dalla norma costituzionale sulle elezioni a suffragio universale, attraverso le quali i partiti concorrono a determinare la politica nazionale, ma il principio democratico non fu applicato in modo sistematico alla vita interna dei partiti per la formazione della classe dirigente e soprattutto per la selezione dei candidati. Hanno prevalso altri metodi: il dirigismo, il carisma, la fedeltà, la cooptazione, il controllo delle tessere, il patrimonio. Secondo la lettura di Leopoldo Elia, all’epoca si scelse il compromesso di evitare l’esclusione dal Parlamento di quelle formazioni politiche (comunista e post fascista) che nel dopoguerra non erano ritenute democratiche, escludendole per compensazione per alcuni decenni dal governo nazionale con la conseguente nascita della partitocrazia e di una democrazia rimasta bloccata fino alla caduta del muro di Berlino. Piuttosto che dai cittadini associati, in questo modo la politica nazionale è stata determinata da oligarchie di partito, gruppi di pressione, potentati economici e influenze internazionali in una lunga stagione nella quale sono dilagati i conflitti di interessi e la corruzione, accanto a radicali deviazioni istituzionali in un Paese che era diventato il campo di scontro, con le armi del terrorismo, dei due blocchi politico economici che si contendevano il mondo.

La piattaforma Rousseau
Tuttora i percorsi democratici nei partiti sono esperienze parziali. Attualmente, neanche il Movimento 5 Stelle, nato dieci anni fa come risposta alle degenerazioni della partitocrazia con un modello innovativo di democrazia digitale, applica una completa partecipazione della propria base alle scelte, per quanto sia il soggetto politico che pratica con regolarità la consultazione degli iscritti.

Luigi Di Maio

Il ricorso alle consultazioni online attraverso la piattaforma Rousseau, che registra circa 100mila attivisti, è funzionale ad avallare le scelte politiche decise della dirigenza, per rafforzare la leadership nei passaggi politici più difficili sul modello del plebiscito sperimentato già nell’antica Roma (al netto delle riserve del Garante per la protezione dei dati personali sull’affidabilità del sistema e la validazione dei risultati da parte di un soggetto terzo).

Esemplare in questo senso è stata l’approvazione su Rousseau dell’alleanza con il Pd. A parte la sgrammaticatura istituzionale di una consultazione online organizzata dopo e non prima che il leader del movimento Luigi Di Maio proponesse al Capo dello Stato il nome del premier per la nuova esperienza di governo, si sarebbe trattato di una scelta democratica e pienamente partecipata se agli attivisti fossero state presentate tutte e tre le opzioni di uscita dalla crisi di governo (e non una sola di esse), ovvero l’alleanza con il Pd, le elezioni o l’accettazione di un nuovo patto con la Lega. La piattaforma Rousseau non è la fine della democrazia parlamentare demonizzata dai detrattori ma non è neanche la democrazia diretta mitizzata da Davide Casaleggio; le circostanze temporali e ambientali dell’orientamento politico espresso dal vertice del movimento, su cui viene chiesto il giudizio della base, inevitabilmente condizionano l’espressione di voto degli attivisti (finora la linea indicata non è mai stata sconfessata).

Le primarie del Pd

Nicola Zingaretti

L’altra significativa esperienza di democrazia interna è quella delle elezioni primarie del Partito democratico attraverso le quali vengono selezionati il candidato premier della coalizione del centrosinistra o il segretario nazionale del partito. Una consultazione aperta anche ai non iscritti che costituisce un bagno di popolo, con un effetto catartico e rigenerativo per il partito o la coalizione, il cui risultato tuttavia generalmente è già prevedibile alla vigilia per la diversa forza dei candidati in campo e che perciò assolve anche in questo caso alla funzione di rafforzare la leadership in pectore con un’investitura popolare (nelle 7 elezioni primarie finora svolte, contendibile è stata solamente la sfida che contrapponeva nel 2012 Pierluigi Bersani e Matteo Renzi per la guida della coalizione Italia Bene Comune vinta dal primo al ballottaggio). Per il resto la selezione dei candidati alle varie elezioni segue i canali consueti che corrispondono per lo più alla definizione dei percorsi di carriere politiche. Per la scelta delle candidature e l’accesso all’elettorato passivo nel Pd come in tutti gli altri partiti restano validi i processi di cooptazione e quelli di affiliazione al leader, ai vari capi di corrente e ai referenti territoriali.

Più spazi per la partecipazione
Dopo il recente taglio di un terzo dei parlamentari, insieme alle modifiche costituzionali e regolamentari utili a completare la riforma per garantire le rappresentanze territoriali e le minoranze, è necessaria una legge che recuperi spazi vitali di partecipazione politica.
Occorre una riforma di partiti e movimenti, o meglio una legge che manca da sempre nel nostro ordinamento, che applichi regole comuni di democrazia interna per garantire la partecipazione dei cittadini
alla definizione delle linee programmatiche,  alla formazione degli organismi dirigenti, alla scelta delle candidature e all’accesso all’elettorato passivo in condizioni di parità. Ed è altrettanto utile una nuova legge elettorale che restituisca agli elettori il potere di scegliere i candidati e ristabilisca il vincolo di rappresentanza con gli eletti, togliendo ai leader politici il potere di nominare i parlamentari eliminando di conseguenza il vincolo della loro fedeltà personale.

Gli studi di politologia insegnano che la democrazia è la forma più affidabile di governo, non la più efficiente, perché il governo degli ottimati promette una qualità maggiore delle scelte ma non garantisce rispetto al rischio di deviazione dagli interessi generali a quelli propri di chi lo esercita. Ma perché la democrazia sia tale occorre che il suo governo si appoggi su una base condivisa, riconosciuta, ampia e votata, che appunto funga da lavacro dei conflitti di interessi e degli interessi particolari e costituisca un’esperienza collettiva partecipata.

La sovranità popolare

Speranza, Zingaretti, Conte e Di Maio

Dopo la paradossale crisi politica di agosto, le prime elezioni in cui attorno a un candidato civico si ripropone la medesima alleanza che ha dato vita al governo Conte bis sono quelle regionali in Umbria. Nonostante un elettorato relativamente ristretto, pari a poco più di 700mila aventi diritto, la scadenza costituisce un importante test politico, perché si possono trovare tutte le giustificazioni economiche, finanziarie e di sistema per continuare a governare ma è la sovranità popolare, come scandisce chiaramente sin dal primo articolo la Costituzione italiana, ciò che connota una democrazia.