Il medico di frontiera diventato politico: “Ho visto atrocità, ribelliamoci insieme”

“Io lo ricordo bene quel giorno, sapete, il 3 ottobre, ha cambiato la mia vita (il 3 ottobre 2013, diventato giornata nazionale delle vittime dell’immigrazione, ndr). Quel giorno ho visto 368 persone morte, persone, non numeri, 368 sacchi, quelli per i cadaveri”.

La testimonianza
E’ iniziata così, in piazza Amiani a Fano, la testimonianza di Pietro Bartolo, medico per trent’anni del poliambulatorio dell’isola di Lampedusa, invitato dall’associazione l’Africa Chiama a conclusione della XXII Settimana africana. Bartolo ha ricordato la tragedia del barcone di 500 migranti, davanti alla costa di Lampedusa, sul quale qualcuno aveva acceso un fuoco per segnalarne la presenza nella notte, il fuocoammare, e tutti gli altri imbarcati spaventati si erano spinti sulla sponda opposta dello scafo, facendolo capovolgere.

Dentro quei sacchi c’erano tanti bambini – ha ricordato il medico -, tra cui ce n’era uno piccolo, che non posso dimenticare mai più. Aveva un pantaloncino rosso e una maglietta bianca. Era nel primo sacco. Sono stato male. Sembrava vivo quel bambino sapete, l’ho spogliato nudo, lo scuotevo, me lo sono portato all’orecchio, volevo svegliarlo. Quel bambino era morto, non c’è stato niente da fare. E così tutti gli altri. Ho impiegato 15 giorni, notte e giorno, per fare tutte quelle ispezioni cadaveriche. E di quei bambini ne ho visti veramente tantissimi. Nessuno ne parla. Ci giriamo tutti dall’altra parte”.

Proteggere le persone prima dei confini” era scritto sullo striscione che all’inizio della manifestazione ha aperto il corteo delle autorità e dei volontari, con i labari delle amministrazioni pubbliche.

L’indifferenza
Quell’indifferenza – ha riflettuto Pietro Bartolo -… Sono trent’anni, sapete, che i lampedusani si occupano di queste persone che arrivano; persone: donne, uomini e bambini. Tutti i giorni accolgono queste persone… Io l’ho fatto per trent’anni. Poi ho capito che dovevo fare qualcos’altro, perché aspettavo sempre che da un giorno all’altro finisse tutto questo. A volte ti senti impotente, ti senti inutile, ma perché dobbiamo vedere tutti i giorni queste atrocità? Io ho visto veramente, credetemi, delle atrocità, perché non le fanno sapere, non fanno vedere quello che succede in quei campi di concentramento, persone scuoiate vive, bambine torturate, bambine di 4 anni, piccole, violentate, massacrate. Dovete credermi, noi le abbiamo viste tutte queste cose. Ed è vergognoso che ancora oggi possa succedere questo. Ho pensato che tutte queste cose, da medico, le devo fare sapere, non le posso tenere per me. Mi sentivo una responsabilità. E allora ho pensato che mi dovevo inventare qualcosa per farle sapere…”

Lampedusa
Lampedusa è una roccia in mezzo al mare. Un’isola scarna e affascinante, che misura 20 chilometri quadrati, con meno di 6mila abitanti, più vicina alla costa africana che a quella siciliana, il lembo più a Sud dell’Italia, più a Sud delle capitali di Algeria e Tunisia. Nell’isola, Pietro Bartolo si è trovato ad affrontare sul piano sanitario, con mezzi spesso inadeguati (specializzato in ginecologia, ha raccontato di aver dovuto far ricorso tante volte a tutte le specializzazioni che non ha mai preso), la grande emergenza umanitaria della migrazione dall’Africa attraverso il canale di Sicilia. Si stima che negli ultimi 20 anni più di 500mila persone dirette in Europa siano approdate su imbarcazioni di fortuna a Lampedusa, spesso vittime dei trafficanti di esseri umani. E che 40mila siano morte durante il viaggio. L’ultimo naufragio a Lampedusa è quello di una barca di 50 migranti, tra cui 8 bambini. Sono stati recuperati i corpi di 13 donne, molte delle quali incinte. Il Mediterraneo, antica culla di civiltà delle culture ellenica e romana, nel XXI secolo dopo Cristo è diventato il più grande cimitero del mondo sulle rotte delle migrazioni.

Il docufilm e i libri

Perciò Pietro Bartolo ha convinto il regista Gianfranco Rosi a girare il documentario “Fuocoammare” per raccontare l’isola e l’umanità disperata che vi arriva, presentato a Hollywood e vincitore dell’Orso d’oro al Festival del cinema di Berlino.

Qualcuno ha detto che quel film è un pugno nello stomaco, ma quel pugno non ha sortito alcun effetto – ha aggiunto davanti a un pubblico attento -. Allora, ho detto, devo scrivere un libro. Sono diventato uno scrittore, io che fino allora avevo scritto solo ricette mediche”.

Sono nati così libri impregnati di profondo dolore e inesausta speranza: “Lacrime di sale”, che dà un nome e una storia a tanti migranti, e “Le stelle di Lampedusa”, che parla dei bambini, tra cui Anila, partita dall’Africa sola a 8 anni per trovare la madre in Europa. Nonostante una “burocrazia disumana”, Bartolo ha trovato quella madre in Francia, salvandola in questo modo dal racket della prostituzione e dai riti voodoo. La storia di Anila, che nei 6 mesi delle ricerche ha tentato 5 volte il suicidio, è diventata anche un film con Sergio Castellitto nel ruolo del medico. “Uno scorpione con la coda velenosa è stato definito quel film – ha affermato Bartolo -, è stato tenuto un anno fermo, ora è stato liberato, è cambiata l’aria”. A novembre sarà presentato al Festival del cinema di Torino.

Dobbiamo ribellarci, resistere, combattere tutti insieme – ha protestato il medico di Lampedusa -. Sono quattro anni che non passo un sabato e una domenica con la mia famiglia, mia moglie e i miei figli. Tutti i weekend vado in giro per le scuole per fare conoscere ai giovani questa realtà, la verità, ma anche questo non basta. Quando ho capito che tutto questo non funzionava, ho detto va be’, adesso entro in politica. Sono andato a casa da mia moglie. Le ho detto: Sai Rita, voglio entrare in politica. E lei ha risposto: Ti mancava solo questo”.

La politica
Così il medico si è candidato nel maggio scorso al Parlamento europeo ed è stato eletto in due circoscrizioni, quella insulare e quella centrale, con 275mila voti complessivi, optando per la prima, quella di casa. Oggi nel Parlamento di Bruxelles è vicepresidente della commissione Libe, che si occupa di libertà civili, giustizia e affari interni. “Tutti siamo cittadini di questo mondo e tutti abbiamo diritto a una vita dignitosa – ha dichiarato Pietro Bartolo -. Qualcuno ha voluto fare diventare un reato salvare una persona, ci sono ammende che vanno fino a un milione di euro con sequestro dell’imbarcazione, questo vale anche per i pescatori. Ma i pescatori non si sono spaventati, sono intervenuti ancora a salvare persone in mare perché questa è la legge del mare, è nel Dna dei pescatori. Il fenomeno migratorio deve essere affrontato con intelligenza, lungimiranza e razionalità”.

Il cambiamento
L’obiettivo più prossimo
, per Bartolo, è riformare il regolamento di Dublino, perché i migranti, che ora gravano interamente sui singoli Paesi di ingresso, vengano ripartiti in base a parametri oggettivi ed equi tra tutti i Paesi membri dell’Unione europea in modo automatico e obbligatorio, con sanzioni a chi rifiuta l’accoglienza. L’accordo di Malta per la ripartizione su base volontaria dei migranti evidentemente non può essere che la premessa di questa riforma, che è una priorità del Parlamento europeo.

Il premio

Da sinistra, Italo Nannini, Pietro Bartolo e Stefano Furlani

L’associazione fanese “L’Africa Chiama”, che opera quotidianamente in diversi Paesi con progetti di cooperazione attuando da quasi vent’anni il principio di aiutare gli africani a casa loro, con il presidente Italo Nannini ha assegnato al “campione di solidarietà” Pietro Bartolo il riconoscimento “Ho l’Africa nel cuore”, riservato a quanti si impegnano per il continente africano e giunto alla XV edizione, perché “con la sua testimonianza esemplare ci ha fatto capire che l’immigrazione non è un problema ma un’opportunità e che i migranti non sono numeri ma persone che chiedono rispetto, fratellanza e diritti”. Il premio è stato realizzato dall’artista fanese Stefano Furlani con i sassi del mare di Fano in ideale collegamento con il mare di Lampedusa.

I ricordi
Nel libro “Le stelle di Lampedusa”, Pietro Bartolo scrive che “il dovere minimo dell’Occidente verso questa gente della cui morte siamo comunque, almeno in parte, colpevoli” è di cercare di darle un’identità. Questo richiede procedure sui cadaveri, per sezionare e raccogliere reperti. E da ciò derivano problemi con i ricordi. “Perché la cosa peggiore, questo faccio fatica a spiegarlo, non sono le immagini ma i ricordi. Più delle immagini, restano impresse nella coscienza le altre sensazioni, gli odori, i rumori. Le consistenze. L’odore dei cadaveri non va via dal cervello neppure dopo anni”. E i bambini. “I bambini, soprattutto. Sono loro che affollano i miei incubi, quando dormo. Ma anche quando sono sveglio”.

Figlio di pescatori, a sua volta pescatore che rischiò un naufragio da ragazzino nell’acqua gelida del mare durante una battuta di pesca notturna, Pietro Bartolo ha cambiato la sua vita andando via da Lampedusa a 13 anni per studiare e tornandoci con il lavoro di medico a 32 anni, ma la vita professionale, nell’isola che in pratica è, geologicamente, un pezzo di Africa che appartiene all’Italia, l’ha cambiato per sempre.

La città

All’incontro ha portato il suo saluto il sindaco di Fano, Massimo Seri, che ha testimoniato di essere nato all’estero (in Svizzera) da una famiglia fanese di emigranti, espatriata per garantire ai figli migliori condizioni di vita, e ha ricordato a quanti non hanno memoria patria che l’Italia dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta del Novecento è stato il Paese con il maggiore fenomeno di emigrazione al mondo. Il sindaco ha ribadito la scelta dell’accoglienza fatta dalla città di Fano con il conferimento tre anni fa della cittadinanza onoraria a Divane, il bimbo camerunense partorito dopo un soccorso in mare sulla nave di Medici senza frontiere Dignity 1, che aveva tratto in salvo la madre durante la traversata del Mediterraneo su un gommone.

Seguono l’intervista integrale di Lorenzo Furlani a Pietro Bartolo e la successiva premiazione