Migranti, a Malta piccolo passo avanti lungo un percorso avvolto nelle nebbie

Un modesto passo avanti lungo un percorso accidentato e oscurato dalle nebbie. L’accordo politico siglato a La Valletta dai Paesi cosiddetti volenterosi sulla gestione dei migranti costituisce un progresso verso una politica condivisa su base europea. Ma la priorità, i contenuti e i toni del dibattito sono fortemente condizionati – nell’interazione tra cancellerie europee, mass e personal media e piazze  – da un clima di emotività, opportunismo e demagogia che ostacola non solo un’equilibrata gestione del fenomeno ma anche una corretta visione del problema migratorio.

Il principio della ripartizione
Il passo avanti del patto firmato il 23 settembre da Italia, Malta, Francia e Germania con la partecipazione della Finlandia, titolare della presidenza semestrale dell’Unione europea, e sotto la supervisione della Commissione europea, è rappresentato dal principio della ripartizione, preventivamente stabilito e perciò automatico, degli immigrati soccorsi in mare che presentino richiesta di asilo politico (quasi la totalità) sgravando quindi del relativo peso Italia e Malta, verso i cui porti fanno rotta le navi con i profughi.
Secondo l’accordo firmato dalla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, il ricollocamento in Europa dei migranti dovrà avvenire entro quattro settimane, prima dell’esame delle domande di asilo, trasferendo ai Paesi aderenti anche l’istruttoria delle istanze e l’onere dei rimpatri per coloro che non risultino meritevoli di protezione internazionale (secondo la più recente esperienza italiana 4 richiedenti su 5).

La negoziazione tra i 28 Paesi membri
L’efficacia dell’intesa, che fa forza sulla buona volontà di Francia e Germania di accollarsi ciascuna il 25% dei migranti nell’ipotesi di minor partecipazione, dipenderà dall’ampiezza della sua applicazione tra i Paesi membri dell’Ue; le aspettative sono per la disponibilità almeno di una decina di Stati sugli attuali 28. Se ne discuterà nel Consiglio europeo dell’8 ottobre prossimo, convocato in Lussemburgo.

Ursula Von Der Leyen e Giuseppe Conte

Al vertice l’Italia sosterrà il principio della rotazione dei porti sicuri nel bacino del Mediterraneo, pensando in particolare alla possibilità che qualche nave con i profughi venga accolta nel porto francese di Marsiglia, e, come ha anticipato il premier Conte, caldeggerà la previsione di forme di penalizzazione per quei Paesi che rifiuteranno il principio della solidarietà, anche se simili misure confliggono con l’attuale impostazione volontaria e non vincolante dell’intesa.

Applicazione al 10% dei migranti
Ma il principale limite dell’accordo, ignorato nella retorica della celebrazione da parte del governo Conte del successo dell’azione diplomatica italiana, è la circostanza che esso riguarderà meno del 10% degli attuali arrivi di migranti nel nostro Paese, ovvero quelli trasportati dalle imbarcazioni delle Organizzazioni non governative e dalle navi militari.
Resterà escluso più del 90%, che è costituito dai migranti che sbarcano direttamente sulle coste italiane con gommoni, barchini e barche a vela gestiti fino a destinazione dagli scafisti; una massa che resterà totalmente a carico del nostro Paese per l’identificazione, il vaglio della richiesta di asilo e gli eventuali rimpatri.

Secondo i dati riferiti dall’Istituto per gli studi di politica internazionale nei 14 mesi del primo governo Conte (giugno 2018 – agosto 2019) in Italia sono sbarcati 15.095 profughi, dei quali solamente 1.346 sono stati soccorsi in mare, pari al 9%. Questa, quindi, sarebbe la quota degli arrivi sulle coste italiane oggetto dell’intesa di Malta per la ridistribuzione.

La politica dei porti chiusi voluta dall’ex ministro dell’interno Matteo Salvini aveva prodotto, tramite la negoziazione della Commissione europea nelle successive emergenze delle navi con i migranti lasciate in mare per una media di 9 giorni, la ridistribuzione in Europa di 593 richiedenti asilo (in base agli impegni di ricollocamento dei singoli Stati) pari al 4% del totale. Con questi numeri, in base alle nuove regole negoziate a Malta, considerando che l’Italia dovrebbe farsi comunque carico di una quota minima del 10%, la ridistribuzione sarebbe stata di poco più di 1.200 migranti, corrispondenti all’8% degli arrivi totali.

L’interesse dell’Italia
Se l’accordo di Malta darà luogo a una solidarietà europea condivisa ed efficiente (restano incognite anche per una sotterranea resistenza della Francia ad accollarsi i migranti economici compresi nella procedura del ricollocamento perfezionata prima del riconoscimento dello status di rifugiati), interesse dell’Italia sarà quello di incentivare la raccolta dei migranti in mare per ottenere oltre al risultato umanitario di ridurre il numero dei morti nel Mediterraneo – che resta il principale cimitero dei migranti nel mondo – anche quello operativo di una maggiore ridistribuzione nell’Unione europea dei richiedenti asilo.

In ogni caso, è evidente la distorsione dell’entità del fenomeno nell’enfasi data al risultato negoziale ottenuto dell’Italia, peraltro ancora provvisorio, che va ben oltre il reale grado di risoluzione del problema.

La propaganda sull’entità degli arrivi
Lo stesso naturalmente vale in senso politico opposto. L’ex ministro Salvini ha stigmatizzato l’accordo di Malta, esaltato dal premier Giuseppe Conte e dagli esponenti di governo del Pd, qualificandolo come una sòla, ossia un imbroglio, appunto a causa della rotazione volontaria e non obbligatoria dei porti sicuri e dell’esclusione dalla ripartizione europea del 90% degli arrivi, che in Italia si compie attraverso le piccole imbarcazioni non intercettate dalle Ong.

Matteo Salvini

Ma quest’ultimo fenomeno si è consolidato proprio durante la gestione del Ministero dell’interno da parte di Matteo Salvini, che nel contrasto all’immigrazione clandestina aveva posto tutta l’attenzione politica e mediatica contro i soccorsi in mare, criminalizzando le Ong. Il problema dei numerosi sbarchi di migranti con natanti di fortuna organizzati dai trafficanti di esseri umani, non solo non era stato risolto con il suo governo ma non era stato neppure affrontato. Allora il ministro dell’Interno l’aveva ignorato per la stessa ragione per cui ora lo stesso Matteo Salvini lo sbandiera: la rappresentazione persuasiva di una situazione favorevole a ottenere consenso. Insomma, propaganda più che politica.

La distorsione del fenomeno
Comunque, quanto sia deformata questa impostazione su base europea del problema dell’immigrazione nel bacino del Mediterraneo, segno evidente della volontà politica delle capitali europee di togliere ossigeno al sovranismo italiano ma al tempo stesso freno a una reale solidarietà continentale, lo dimostrano i dati complessivi delle migrazioni nell’area, elaborati dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni.
Al 19 settembre scorso i migranti sbarcati nel 2019 in Italia e a Malta erano 8.830, quelli arrivati attraverso la rotta occidentale del Mediterraneo in Spagna erano 19.782 (dei quali 3.873 via terra), quelli giunti lungo la rotta orientale in Grecia erano 38.598 (di cui 8.889 via terra).

Ossia la rotta centrale del Mediterraneo che passa per Italia e Malta, a differenza di quanto accadeva alcuni anni fa quando esplose l’emergenza, è diventata marginale nei flussi migratori verso l’Europa registrando solamente il 13% degli arrivi, contro il 29% che passa per la Spagna e, addirittura, il 57%, ovvero più della metà, a carico della sola Grecia, sottoposta a una fortissima onda d’urto umanitaria lungo la rotta turca.

I limiti dell’accordo
Dunque, quale visione strategica può esprimere l’attenzione posta dai governi europei sulla responsabilità condivisa rispetto a una quota marginale dei migranti che passa lungo la rotta meno trafficata del Mediterraneo? Quale reale solidarietà tra i Paesi dell’Unione si attiverebbe anche attraverso la partecipazione più larga a questo accordo? E quale effettiva capacità di incidere sulla gestione complessiva dei flussi migratori realizzerebbe l’Unione europea attraverso questa via?

Senza peripli o scorciatoie, in realtà il problema si affronta solamente attraverso la riforma del regolamento di Dublino, che ora assegna l’onere della gestione di tutte le richieste dei richiedenti asilo e la responsabilità dei rimpatri ai Paesi di primo ingresso (Italia, Malta, Cipro, Spagna e Grecia per il bacino del Mediterraneo), i quali in questo modo vengono esposti, in proporzione alla gravità del fenomeno migratorio, a difficoltà operative di carattere logistico e finanziario spesso insormontabili, che finiscono per generare frotte di immigrati clandestini e, per reazione, derive sociali e politiche.

Nel regolamento di Dublino devono essere introdotti il principio della solidarietà e il criterio della distribuzione dei migranti automatica in base a parametri oggettivi (come popolazione e prodotto interno lordo) tra tutti i Paesi membri dell’Unione, compresi gli aderenti al gruppo di Visegrad (prevedendo conseguenti sanzioni per quanti non rispettassero quelli che diventerebbero obblighi comunitari).

Le responsabilità verso l’Africa
Di fronte a migrazioni epocali, destinate secondo le previsioni ad aumentare nel prossimo futuro, è altrettanto evidente che la soluzione non risiede nella gestione a valle dell’emergenza bensì nell’approntamento a monte di misure che incidano sulle condizioni strutturali del fenomeno. Intervenendo nei Paesi di transito e di partenza dei migranti al fine di risolvere o quantomeno temperare le cause delle migrazioni, ossia i conflitti militari, le persecuzioni politiche, il disagio economico e le avversità climatiche dell’Africa. Oltre che per eliminare le condizioni di rischio e le situazioni di sfruttamento e segregazione dei viaggi della speranza, che per migliaia di migranti diventano esperienze disperate, attivando anche corridoi umanitari
Occorrono una visione strategica e un programma organico su base comunitaria europea e mondiale per la mediazione dei conflitti e la cooperazione internazionale con azioni, aiuti e investimenti finalizzati a incentivare lo sviluppo sociale ed economico del continente. Senza la possibilità per l’Italia di lavarsi la coscienza tramite l’attuale accordo con il regime libico di al-Sarraj, di fronte alle ripetute denunce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati e di osservatori indipendenti sulle condizioni di violenza e sfruttamento patite dai migranti nei centri di detenzione libici, aggravate dalle attuali condizioni di conflitto militare.

Questo fenomeno intercontinentale non può essere risolto lungo il fronte dei confini nazionali. Se l’Unione europea ha una ragione d’essere, evidentemente essa risiede nella possibilità – che diventa una necessità di fronte a temi e contingenze come quelli migratori attuali – di promuovere politiche comuni che diano risposte a problemi che soverchiano le capacità e le risorse dei singoli Stati. In modo concreto e non simbolico.