Matteo e Matteo, il rischio dei leader. La democrazia tra Quirinale e piattaforma web

Un girotondo completo nell’arco di 15 giorni. E’ il periplo della crisi di Matteo Salvini, la gestione di un evento fondante per la politica del Paese, che porta il leader della Lega al di fuori dell’area di governo, generato dallo stesso segretario del Carroccio con una giustificazione paradossale (i no del M5s esemplificati dal voto parlamentare sul treno ad alta velocità Torino Lione maturato quando il premier Conte aveva già detto sì all’opera) e sviluppato con un’azione contraddittoria risoltasi nel corteggiamento insistito al capo dei pentastellati per rifare quello che era stato appena distrutto.

La tattica autolesionistica
“Non è un acume superiore quello che fa gli uomini di Stato: è il carattere” sentenziava Voltaire e si fa fatica a rintracciare sia l’una che l’altra qualità nell’azione di chi, volendo tesaurizzare con le elezioni politiche anticipate i consensi in sé volubili dei sondaggi, capitalizzati per il Parlamento di Strasburgo, ha agitato i mercati finanziari, messo a rischio i conti dello Stato, aggravato le prospettive già precarie dell’economia nazionale, prodotto una grande incertezza politica e istituzionale, compromesso i progetti di riforma del governo da lui stesso voluti o condivisi, creato infine le condizioni per essere sloggiato dal Viminale e mandato all’opposizione con la Lega, partito dall’aspirazione maggioritaria.

Matteo Salvini leader della Lega

Il Capitano si declassa così al rango di nostromo per una strategia vacua, perseguita con una tattica incoerente e autolesionistica che apre le porte al governo M5s – Pd. Alla prova dei fatti e delle dichiarazioni, l’iniziativa intrapresa dopo i balli di inizio agosto al Papeete di Milano Marittima,  sin dalle prime parole di Salvini avrebbe dovuto assumere la forma di una verifica di governo piuttosto che di una crisi, ossia di quel passaggio frequentemente praticato nella prima Repubblica, quando gli alleati erano quattro o cinque, per centrare e rigenerare l’azione del governo attraverso vertici dei segretari di partito e rimpasti di ministri e sottosegretari.

Un’esigenza che peraltro era stata espressamente disciplinata, nell’intesa tra i due partiti populisti di diversa ispirazione politica, dal contratto di governo per risolvere situazioni come quella dei timori per i vincoli di Bruxelles sulla definizione della prossima legge di bilancio che, all’esito del dibattito, sarebbero stati la causa dell’azzardata fuga in avanti del Carroccio. “Qualora nel corso dell’azione di governo – è scritto nel documento sottoscritto poco più di un anno fa da Matteo Salvini e Luigi Di Maio – emergano divergenze per quanto concerne l’interpretazione e l’applicazione del presente accordo, le parti si impegnano a discuterne con la massima sollecitudine e nel rispetto dei principi di buona fede e di leale cooperazione. Nel caso in cui le divergenze persistano, verrà convocato il Comitato di conciliazione”.

Il mancato rispetto delle regole

Salvini e Conte al Senato

Una procedura totalmente ignorata dal leader della Lega e questa è stata la prima della serie di dure censure espresse dal premier Conte all’indirizzo del suo vice nelle comunicazioni al Senato che hanno fatto precipitare irreversibilmente le sorti del governo M5s – Lega dopo la rottura della solidarietà interna da parte di Salvini. In quell’occasione, l’uomo forte della Lega, al fianco del presidente del Consiglio, è apparso come un coniglio bagnato; ha cercato di contenere l’onda montante delle accuse con la mimica che usa nei comizi (facce torve o ironiche, mani congiunte, destra sul cuore di fronte alla porzione leghista ululante dell’emiciclo) fino al bacio del crocifisso, come uno studente indisciplinato di fronte al professore, quando Giuseppe Conte gli ha rimproverato l’uso politico dei simboli religiosi.

Ma, anche nei giorni successivi, Salvini ha evitato di rispondere nel merito delle critiche, declassate espressamente al livello di insulti, così da rimuoverle dal dibattito, insieme alla stringente argomentazione dell’avvocato professore prestato alla politica. Non a caso, nel tardivo tentativo di recuperare il rapporto con il Movimento 5 stelle, il leader della Lega ha lusingato Di Maio arrivando a offrirgli anche la premiership e ponendo come unica condizione la sostituzione di Conte che in Parlamento e in diretta televisiva e web aveva smontato la sua retorica comunicativa e anche la sua cultura istituzionale.

La garanzia della rappresentanza parlamentare
Se c’è una nuova maggioranza parlamentare, ora la formazione di un governo è legittima e pure politicamente pertinente, posto che l’esecutivo gialloverde non derivava da un’alleanza elettorale bensì era nato da un patto d’occasione formato in Parlamento dopo le elezioni del 2018, proprio come quello che potrebbe ricevere un nuovo avallo dalle Camere. Quella italiana, infatti, è una Repubblica parlamentare e non una democrazia plebiscitaria, in cui la sovranità appartiene al popolo ma viene esercitata, tramite elezioni quinquennali, con procedure costituzionali, che tutelano la rappresentanza, non a caso messe a punto dopo la deriva autoritaria della prima metà del Novecento proprio per garantire il sistema politico rispetto agli umori mutevoli delle piazze.

Luigi Di Maio capo del M5s

In questo senso, appare spuria l’iniziativa annunciata da Di Maio: fare votare la proposta del nuovo progetto di governo agli iscritti della piattaforma Rousseau. A parte i problemi di affidabilità della stessa piattaforma sul voto elettronico rilevati meno di 5 mesi fa dal Garante della privacy, la partecipazione (solitamente intorno alle 50mila persone) non è numericamente significativa dell’elettorato del Movimento 5 stelle (poco più dell’1% dei voti ricevuti alle ultime europee, meno dello 0,5% dei voti delle politiche) e il principio appare in contraddizione con il metodo dell’autonomia della rappresentanza parlamentare (che vale anche per la componente dei 5 stelle) praticato dal Quirinale con l’incarico per un nuovo governo. Se l’esigenza è quella della copertura democratica del nuovo progetto di governo la via maestra sono le elezioni anticipate. Tanto più che la consultazione degli iscritti avverrebbe dopo l’affidamento dell’incarico a Giuseppe Conte da parte del Capo dello Stato.

Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte

L’opportunismo politico del nuovo governo
Sul piano politico l’opportunismo di un secondo governo Conte fondato su una diversa maggioranza con una prospettiva di legislatura, volto chiaramente a evitare la probabile vittoria elettorale di un’alleanza sovranista, è direttamente proporzionale ai rischi che Movimento 5 stelle e Pd assumono con questa scelta. Se nell’azione di governo, così come nella fase preliminare delle trattative per la sua formazione, i due nuovi alleati, che si sono reciprocamente osteggiati con toni anche feroci fino a venti giorni fa, faranno prevalere le diffidenze e le differenze, personali e sui programmi, Salvini avrà la possibilità di rifarsi alle elezioni, che non tarderanno ad arrivare.

Ma se il governo saprà dare risposte ai problemi del Paese, senza contrastare manifestamente il clima di opinione  sostanzialmente favorevole che ha accompagnato il governo gialloverde nei suoi 14 mesi di vita, il consenso elettorale del leader della Lega verrà giocoforza eroso. Per esempio, evitando di ripristinare l’accoglienza indiscriminata di tutti i migranti che si affacciano e sbarcano sulle coste italiane ma agendo in Europa per un’automatica ed equa ridistribuzione (come non ha mai fatto Salvini, disertando quasi tutti i vertici europei) e perseguendo in campo fiscale un alleggerimento della pressione sulle imprese e le famiglie che favorisca la ripresa del lavoro e dei consumi senza introdurre nuove tasse sul ceto medio.

Il consenso di chi sale sul carro del vincitore

Matteo Salvini

Infatti, la metà del consenso di cui il leader della Lega attualmente gode è frutto del cosiddetto bandwagoning, ossia la salita sul carro del vincitore (letteralmente il carro della banda musicale), un fenomeno studiato dalla psicologia sociale per il quale gli elettori, traendo gratificazione dal riconoscersi nell’orientamento della maggioranza, si spostano sulle posizioni di chi viene percepito come politicamente vincente, se non hanno una fede politica radicata.
In questo senso, nell’ultimo anno decisiva è stata la comunicazione persuasiva, dominante sui social network, che ha rappresentato il ministro dell’Interno come il premier di fatto, colui che ha impresso l’indirizzo al governo con politiche caratterizzanti come quella dei “porti chiusi” e con slogan di facile presa come “Prima gli italiani”.
La Lega dalle elezioni politiche del marzo 2018 ha fagocitato più della metà dei voti del M5s perché alla guida del movimento Di Maio non ha saputo sostituire il carisma di Beppe Grillo e quindi non ha potuto contrastare quello di Salvini.
Il bandwagoning è il fenomeno elettorale di cui si avvantaggiarono Silvio Berlusconi e Matteo Renzi quando erano alla guida del governo, rafforzando notevolmente il loro consenso elettorale prima dei fatti che avrebbero compromesso la fiducia degli elettori.
Quindi, quello di cui Salvini ha goduto nell’ultimo anno è un consenso fatalmente destinato a smarrirsi nel momento in cui il segretario della Lega esce dal governo tanto più con un elettorato mobile come quello italiano, secondo l’indirizzo che già i primi sondaggi rilevano. Soprattutto, se il nuovo governo non scontenterà i cittadini.

Le parolabole politiche che si rispecchiano

Matteo Renzi e Matteo Salvini

In questo passaggio, si rispecchiano tra loro le parabole di Matteo e Matteo, Salvini e Renzi, tra i principali antagonisti dell’attuale fase politica. La gestione maldestra della crisi di governo da parte del leader della Lega richiama per certi aspetti la gestione della riforma costituzionale da parte di Renzi sfociata nel referendum del 2016, sul quale il premier del Pd di allora puntò tutto il suo destino politico senza percepire che nel Paese montava un orientamento contrario a un progetto di riforma ritenuto malfatto e sostanzialmente regressivo.

Si tratta di una conseguenza dell’esaltazione della personalità del leader nella relazione con l’elettorato, tipica dell’attuale stagione cosiddetta della democrazia del pubblico, che può produrre una distorsione: la percezione che il consenso, determinato dalla componente emotiva dell’atteggiamento di voto più che da quella razionale, non sia il frutto di una corrispondenza contingente e in perenne evoluzione tra l’azione politica, i fatti sociali e la sensibilità degli elettori, bensì che il leader politico sia il facitore, per dinamica propria, oltre che del proprio destino anche del destino del Paese.

“Bisogna ascoltare molto e parlare poco per governare bene uno Stato” amava dire Richelieu. Nella politica verbosa e parolaia delle dirette Facebook, dei video Instagram e dei talk show televisivi questa non è una virtù molto praticata e, come nel riflesso di sé allo specchio, il rischio è quello di perdere il senso della misura e il contatto con la realtà.