Crisi paradossale tra ambizioni ed errori. Salvini rischia l’usura della leadership

Una crisi al buio, paradossale rispetto alle motivazioni dichiarate, dagli sviluppi incerti e potenzialmente antitetici rispetto alle intenzioni di chi l’ha provocata. Addirittura una crisi boomerang secondo l’ultimo scenario di una possibile riedizione dell’esecutivo gialloverde, accarezzata dalla Lega ma ripudiata dal M5s. E’ l’anomala caduta del governo Conte annunciata dal leader della Lega, Matteo Salvini, per gli asseriti no del Movimento 5 Stelle, all’indomani del voto parlamentare che ha visto i due alleati irrimediabilmente divisi sul progetto Tav, il treno ad alta velocità Torino – Lione: la Lega favorevole con Forza Italia, Fratelli d’Italia e l’anomala compagnia del Partito democratico, il Movimento 5 Stelle contrario insieme con Liberi e uguali.

Nessun leghista dimissionario

La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati

Una crisi nominale, che a dieci giorni dall’annuncio vede i sette ministri leghisti, a partire dal “capitano” ministro dell’Interno, ancora al loro posto, nonostante Salvini in un primo momento si fosse detto pronto alle dimissioni, con il prossimo appuntamento fissato al Senato martedì 20 agosto per le comunicazioni del premier Giuseppe Conte, che replicherà l’intervento il giorno seguente alla Camera dei deputati, senza che la mozione di sfiducia della Lega sia stata calendarizzata, per quanto Salvini abbia detto che la sfiducia sarà votata proprio quel giorno.

Cartina di tornasole delle sorti del governo sarà la votazione delle successive risoluzioni presentate dai vari gruppi parlamentari; decisiva si annuncia quella del Movimento 5 Stelle che dovrebbe recepire l’indirizzo del premier sugli ultimi sviluppi della gestione migranti, in palese disaccordo con l’intransigente linea dei porti chiusi dettata da Salvini anche sul caso della nave Open Arms.

Il ribaltamento dei rapporti di forza
La crisi politica, nella tempistica e nella sua imprevedibile progressione, è condizionata dalla personalità di Matteo Salvini, ossia dalle ambizioni come dalle incertezze e dai ripensamenti del capo della Lega, che vorrebbe tesaurizzare il vantaggio elettorale assegnatogli dai sondaggi e materializzato in voti alle elezioni europee di fine maggio, allorché i rapporti di forza con l’alleato M5s (32% alle elezioni politiche 2018, 17% della Lega) si sono praticamente ribaltati: 9,2 milioni di voti alla Lega, pari al 34% (erano 5,6 milioni appena un anno prima) rispetto a 4,6 milioni di voti al Movimento 5 Stelle, pari al 17%, addirittura più che dimezzati rispetto ai 10,7 milioni del 2018.

La tattica estemporanea
L’iniziativa tardiva rispetto alle elezioni europee, in vista delle scadenze di fine anno della legge di bilancio, e una tattica estemporanea hanno finito per attirare anche le critiche interne della Lega, del centrodestra e dei giornali di area.

Silvio Berlusconi

Salvini ha chiesto in modo inquietante agli italiani i pieni poteri annunciando che la Lega sarebbe andata sola alle elezioni per poi ripensarci e riproporre il patto di centrodestra con Fratelli d’Italia e Forza Italia, salvo dovere ancora definire le condizioni dell’alleanza con il partito di Berlusconi, che è preoccupato per una deriva sovranista.
Quindi, c’è stato il colpo di teatro del sì all’appello dei 5 Stelle per il taglio di 345 parlamentari prima dello scioglimento delle Camere, mancando solo l’ultima votazione di Montecitorio (ora messa in calendario per giovedì 22 agosto), a cui è seguita l’infastidita precisazione dell’ambiente del Quirinale, con l’opinione concorde dei costituzionalisti, secondo cui non è possibile andare subito al voto dopo tale riforma, come vorrebbe il segretario della Lega, per i tempi tecnici di un eventuale referendum confermativo e per la modifica dei collegi elettorali. E il Parlamento formato con la precedente legge nascerebbe delegittimato.
Infine, è spuntato lo spiraglio, diventato in un paio di giorni un varco, di un possibile dietrofront della Lega alla vista dello scontato fiorire di ipotesi di governo M5s-Pd (primo e secondo partito alle politiche del 2018) non solamente di transizione ma pure di legislatura, considerato che la Repubblica italiana è parlamentare e dovere del Capo dello Stato, prima di sciogliere anticipatamente le Camere, è verificare se ci sono maggioranze alternative senza seguire gli umori delle piazze, posto che le elezioni sono programmate ogni cinque anni. Il padre nobile del Pd, Romano Prodi, ha addirittura proposto un governo di larghe intese di legislatura, con la formula Ursula per richiamare quanti (Pd, M5s e Forza Italia) hanno votato la nuova presidente della Commissione europea. Mentre il vertice dei pentastellati, riunito alla corte di Beppe Grillo, ha risposto al ripensamento di Salvini bollando il segretario della Lega come “interlocutore non più credibile”.

I rischi della crisi ad agosto

Matteo Salvini

I rischi della crisi di governo ad agosto sono chiari: l’instabilità dei mercati finanziari, l’aumento dello spread che aggrava gli interessi passivi sull’enorme debito pubblico italiano, l’incremento dell’Iva programmato a gennaio 2020 per le clausole di salvaguardia dei conti pubblici da disinnescare reperendo 23 miliardi di euro con una manovra di bilancio che dovrebbe varare il governo appena insediato dopo le elezioni, nel caso si voti a fine ottobre, o l’eventuale governo elettorale o di transizione (un governo di legislatura, invece, godrebbe del tempo e della saldezza politica necessarie per programmare la manovra), la possibilità di una recessione economica.

Le ragioni mai chiarite
Non sono state chiarite, invece, le ragioni della crisi, per le quali si sono formulate solamente ipotesi: le resistenze del premier sull’autonomia spinta delle regioni a guida leghista, le tensioni sullo shock fiscale preteso da Salvini per la flat tax indifferente ai vincoli dell’Europa, la riforma subito operativa del taglio dei parlamentari che dalla prossima legislatura, e non da quella successiva, toglierebbe alla Lega, impegnata a restituire a rate allo Stato 49 milioni di euro di contributi illecitamente riscossi, la linfa vitale dei contributi di un significativo numero di deputati e senatori.
Fino alle tesi più suggestive, da quella giudiziaria: incassare il consenso elettorale prima che emergano eventuali sorprese sui rubli della Russia, su cui indaga la procura di Milano; a quella emotiva: l’irritazione per la mancata difesa di Salvini da parte dei 5 Stelle sul caso del figlio ripreso in sella alla moto d’acqua della polizia di Stato, con l’accusa del ministro Costa per il quale l’episodio costituirebbe un reato (tesi del direttore di Fanpage, che ha pubblicato l’intervista a Costa, avvalorata dalla scansione temporale degli eventi).

Il paradosso del no al progetto Tav
Ciò che è certo è il paradosso della motivazione dichiarata: il voto contrario sul Tav a rappresentare tutti i no del M5s, quando in realtà Salvini aveva già acquisito il sì del premier Conte sul completamento della linea ad alta velocità Torino – Lione, il cui blocco rappresentava un cavallo di battaglia dei 5 Stelle. Paradosso conclamato, considerato che la verifica della sostenibilità dell’opera era nel contratto di governo e l’analisi costi benefici commissionata dal ministro per le infrastrutture Toninelli aveva dato esito negativo, favorevole cioè allo stop dei lavori.

Luigi Di Maio

Il voto parlamentare sulla mozione del M5s contraria all’opera, che non impegnava il governo, era solamente la foglia di fico del leader pentastellato Di Maio per giustificare davanti ai propri elettori la mancata interruzione del cantiere con l’orientamento contrario della maggioranza del Parlamento, che si è espressa per proseguire l’opera. E costituiva la prova della subordinazione alla Lega dei 5 Stelle, da cui Salvini poteva ottenere il sì pressoché su tutto, forte appunto del consenso elettorale che gli viene accreditato.

La marcia verso la maggioranza dei voti
Da questo punto di vista, quella del leader della Lega è stata una lunga marcia verso la maggioranza relativa dei voti degli italiani, conquistata alle ultime europee, partendo dal modesto 6,2% ottenuto nel primo appuntamento elettorale, pochi mesi dopo l’elezione a segretario: le europee del 2014, quelle del “partito nazionale” di Matteo Renzi, il Pd, volato allora al record post Dc del 40,8% dei consensi.
Una marcia frutto di una campagna elettorale permanente, accelerata nell’ultimo anno vissuto da ministro dell’Interno e costruita attraverso la macchina di una potente e pianificata comunicazione persuasiva sviluppata soprattutto sui social network, che assegna a Salvini il dominio della rete così come Berlusconi possedeva a suo tempo quello delle televisioni.
Una macchina (la cosiddetta Bestia di Luca Morisi) accompagnata dalla costante presenza del capo della Lega nelle piazze e ora anche nelle spiagge, a contatto con la gente, in particolare attraverso il rituale dei selfie affrontato dopo i comizi e in ogni altra occasione con indefessa disponibilità, annullando la distanza tra elettori e leader politico, che diventa raggiungibile e popolare in senso proprio e pieno, in una correlazione stretta tra dimensione virtuale e dimensione reale della comunicazione, che nessun altro politico pratica con la sua stessa intensità.

Battuta d’arresto con Conte

Il Presidente della repubblica Sergio Mattarella e il premier Giuseppe Conte

Ma nei giorni della crisi politica, questa formidabile progressione del “capitano” sembra accusare un rallentamento. Sia sul piano istituzionale che su quello propagandistico, Salvini ha dovuto segnare il passo rispetto alle iniziative del premier Conte proprio sul tema dei migranti, che potrebbe essere definito il suo core business elettorale, la materia del meme “Prima gli italiani”, che ha fatto breccia nell’immaginario collettivo rappresentando un’immigrazione incontrollata attraverso il Mediterraneo che mette a rischio la sicurezza e toglie servizi e lavoro agli italiani, alimentando le diffidenze e le paure dei cittadini verso un sistema di accoglienza complesso e da alcuni aspetti effettivamente ridondanti. Laddove in realtà la gestione dei richiedenti asilo attraverso lo Sprar (Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati) e i Cas (centri di accoglienza straordinaria) rappresenta l’immigrazione più controllata, fintanto che non viene abbandonata a sé stessa senza una reale integrazione finale e senza un efficace dispositivo di rimpatrio per chi non ha diritto all’asilo.
Perché se è vero che gli immigrati clandestini alimentano i fenomeni criminali è altrettanto vero che gli immigrati regolari hanno una tendenza a delinquere inferiore a quella degli italiani. E la gestione sicura e pianificata del fenomeno migratorio corrisponde agli interessi di un Paese condannato da una cronica denatalità a un declino non solo demografico, un Paese che per di più non riesce a garantire un’occupazione qualificata ai giovani e, quindi, ha un bisogno vitale di forza lavoro esterna, che assicuri la copertura delle esigenze lavorative non soddisfatte dagli italiani e, in prospettiva, garantisca anche la tenuta della previdenza sociale.

Il caso Open Arms
Sulla gestione del caso della nave Open Arms, alla fonda al largo dell’isola di Lampedusa, il ministro dell’interno si è adeguato “suo malgrado” all’input del premier, che ha disposto lo sbarco dei minori e lavora alla ripartizione di tutti i migranti soccorsi in mare dalla nave dell’Ong spagnola tra alcuni Paesi europei disponibili all’accoglienza.

Il presidente del Consiglio dei ministri, Conte

E nello scambio su Facebook delle missive di Ferragosto, l’avvocato prestato alla politica Conte ha raccolto pressoché il triplo dei consensi virtuali del leader politico più popolare Salvini (324mila mi piace, contro 118mila), sostenendo la strategia dell’accordo in Europa per una gestione condivisa dei naufraghi, in chiave umanitaria, in alternativa alla linea dei porti chiusi a oltranza. Un feedback confermato dall’andamento del numero dei follower nei giorni della crisi sulle pagine social dei due politici (in aumento quelli di Conte, in calo quelli di Salvini, per quanto il leader della Lega ne conti 3,7 milioni contro 1 milione del premier) e che avvalora il primato personale del presidente del Consiglio dei ministri, superiore al 50 per cento, negli indici di gradimento del governo.

La semplificazione del sovranismo

I migranti sistemati sulla nave Open Arms davanti a Lampedusa

Peraltro, la risposta sul tema dell’immigrazione offerta dal leader della Lega rappresenta in maniera esemplare il programma del sovranismo, quella cultura politica che suscita le preoccupazioni, tra gli altri, di Papa Francesco per il germe di conflittualità che vi si può riconoscere; un progetto che esaspera il concetto di sovranità in controtendenza rispetto ai processi di globalizzazione e interdipendenza sovranazionali, che coinvolgono i vari Paesi e in particolare l’Europa. E che fornisce una soluzione semplificata, chiusa entro i confini nazionali, a problemi che richiedono risposte complesse e un’azione multilaterale.

L’interesse nazionale da difendere
Riguardo agli sbarchi, infatti, è certamente interesse dell’Italia che l’accoglienza dei migranti che attraversano il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna e, talvolta, vengono soccorsi dalle navi delle Organizzazioni non governative, perché intercettati in mare in condizioni di pericolo (nel Mediterraneo negli ultimi anni sono morte circa 18mila persone secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni), sia condivisa dagli altri Paesi dell’Unione europea attraverso un equo meccanismo, automatico e obbligatorio, di ripartizione degli arrivi. L’attuale ridistribuzione tra alcuni Stati, che si è attivata per iniziativa del premier Conte anche in occasione di precedenti sbarchi di navi delle Ong, è frutto di una collaborazione estemporanea e volontaria dei leader europei, che deve essere istituzionalizzata sotto il controllo della Commissione europea.

Il regolamento di Dublino da rivedere

La Presidente della commissione europea Ursula von der Leyen e il premier Giuseppe Conte

Secondo l’appello e la disponibilità di vari soggetti, a partire dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli e dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, è necessario provvedere alla modifica del regolamento di Dublino, che attualmente scarica le responsabilità dei richiedenti asilo sul primo Paese d’ingresso, lasciando soli quindi i Paesi costieri: l’obiettivo deve essere un ricollocamento in base a parametri oggettivi tra i vari Stati dell’Unione europea.

Corridoi umanitari e aiuti all’Africa
Per combattere concretamente i trafficanti che lucrano sulla disperazione dei migranti, eliminando i rischi della traversata del Mediterraneo e anche l’intervento delle Ong, la soluzione sono i corridoi umanitari da attivare a favore di quanti hanno diritto alla protezione internazionale o umanitaria perché perseguitati o vittime di violenze o di eventi di particolare gravità in un continente in cui sono in atto attualmente 15 conflitti regionali, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.
D’altro canto, attraverso la collaborazione tra gli Stati e la governance degli organismi internazionali, è doveroso agire con investimenti e aiuti per promuovere le risorse autoctone dello sviluppo economico e sociale dell’Africa al fine di arginare il fenomeno dei migranti economici. Così come è necessario attivare un programma di interventi per contrastare anche nel continente africano i cambiamenti climatici destinati ad aumentare sensibilmente nei prossimi anni le migrazioni.

L’inadeguato presidio delle acque territoriali
Di fronte alla complessità del fenomeno migratorio, appare evidente che limitarsi a presidiare contro gli sbarchi le acque territoriali non è una soluzione, con provvedimenti peraltro contraddetti dalle magistrature italiane penale e amministrativa perché emessi in violazione del diritto internazionale del soccorso in mare. Una politica che finora ha individuato nelle Ong i complici dei trafficanti di esseri umani catalizzando puntualmente l’attenzione dell’opinione pubblica sull’arrivo di nuove navi con naufraghi a bordo, alle quali è stato impedito l’attracco, mentre barchini, gommoni e battelli hanno continuato a sbarcare migranti in un numero anche otto volte superiore rispetto a quelli soccorsi delle navi delle Ong, al di fuori di un reale contrasto dei trafficanti.

Disertati quasi tutti i vertici europei

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini

Contemporaneamente, il ministro dell’Interno ha disertato quasi tutti i vertici europei con i suoi omologhi degli altri Stati, in cui si parlava di sicurezza, terrorismo, confini e anche flussi migratori, i consessi in cui Salvini avrebbe potuto e dovuto battersi per fare valere, con un’efficace azione politica e diplomatica, le ragioni dell’Italia nella ridistribuzione dei migranti. Invece, ha preferito ricercare e presidiare sul tema il consenso elettorale entro i confini nazionali. Tra l’altro, e non a caso, gli alleati sovranisti in Europa del segretario della Lega sono proprio i leader più ostili alla politica della ridistribuzione dei migranti.

L’elettorato liquido
In vista del decisivo chiarimento parlamentare sulla crisi di governo, per gli sviluppi politici incerti, la tattica mutevole, le critiche interne al partito e al centrodestra, il segretario della Lega rischia l’usura della sua leadership al cospetto di un elettorato che negli ultimi anni, oltre che disilluso e in buona parte astensionista, si è mostrato sempre più mobile, libero fino alla spregiudicatezza, per certi versi liquido. Un rischio che corre qualunque sia l’esito della dinamica politica che ha innescato e che non è più in grado di controllare.
L’esperienza di Renzi insegna, tanto che si narra che il sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio Giorgetti abbia regalato a suo tempo al vicepremier Salvini una foto dell’ex segretario del Pd da collocare sulla scrivania del Viminale… Memento mori.

(Le foto sono tratte dai rispettivi profili Facebook)