Immigrazione, prove muscolari per il consenso. Ma nessuna politica per governare il fenomeno

Ciò che va in scena nell’area del Mediterraneo nell’estate 2019, tra gli sbarchi fantasma e il braccio di ferro del governo con le Organizzazioni non governative, è la rappresentazione di una politica dell’immigrazione manifestamente inadeguata a governare il fenomeno.

Gli sbarchi fantasma
La comunicazione sui social del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, catalizzando l’attenzione dei mass media, stigmatizza e criminalizza l’attività di salvataggio dei migranti operata delle Ong contro l’asserita linea dei porti chiusi, mentre lungo le coste italiane approdano continuamente gommoni, barchini e barche a vela, organizzati dai trafficanti, con migranti che sfuggono ad ogni preventivo controllo in mare delle forze di polizia o militari e, di conseguenza, hanno anche la possibilità di sottrarsi sulla terraferma alla successiva presa in carico del sistema di identificazione e accoglienza, con chiari rischi per la sicurezza riguardo all’ingresso di soggetti con precedenti penali o in contatto con organizzazioni terroristiche vicine all’Isis, come segnalato di recente in Parlamento dal procuratore della Repubblica di Agrigento.


Ong, numero di migranti marginali
Nel periodo in cui la comunicazione mediatica è stata concentrata sulle contrastate vicende della Sea Watch 3 e dell’AlexandCo, le due imbarcazioni con naufraghi a bordo che hanno forzato il divieto di ingresso nel mare territoriale del ministro dell’interno emesso di concerto con quelli della difesa e delle infrastrutture (secondo le recenti disposizioni del decreto sicurezza bis), nel nostro Paese è sbarcato un numero di migranti circa 8 volte superiore a quello soccorso dalla motonave e dal veliero delle Ong Sea Watch e Mediterranea Saving Humans: 53 la prima e 59 il secondo, rispetto allo sbarco complessivo di 827 immigrati risultanti dal report del Dipartimento di pubblica sicurezza nello stesso periodo, dal 12 giugno all’8 luglio (sul sito web del Ministero dell’interno mancano i dati analitici per i giorni di 17-18-19 giugno 2019).

Non c’è più l’emergenza
In ogni caso, l’ingresso di migranti per questa via nel nostro Paese è fortemente diminuito rispetto agli anni scorsi: – 82% rispetto all’8 luglio 2018, – 96% rispetto alla stessa data del 2017 come riporta il Dipartimento della pubblica sicurezza; in particolare nel 2017 sbarcarono in Italia 119.369 migranti, nel 2018 furono 23.370 (con il primo brusco calo in seguito all’accordo con la Libia dell’ex ministro dell’interno Minniti del governo Gentiloni), nel 2019 sono finora 3.126. La maggiore pressione dei flussi migratori si è spostata sulla Grecia e sulla Spagna che secondo i dati dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle nazioni unite per i profughi, (aggiornati all’8 luglio 2019) hanno accolto quest’anno via mare e via terra 31.557 migranti (18.294 la Grecia e 13.263 la Spagna) su un totale di 36.470 arrivi nell’area mediterranea, di cui 28.251 via mare. Nel 2015 nella stessa area i migranti furono più di un milione e nel 2016 la sola Italia ne accolse via mare 181.436. Quindi, in questi termini, ora il fenomeno migratorio non è un’emergenza, quantomeno per l’Italia.

Salvini, toni forti ed esasperati
Ciò rende evidente come i toni forti e esasperati utilizzati dal ministro dell’interno Salvini, sia riguardo alle nuove misure adottate sia nella comunicazione sui social network, non sono funzionali a denunciare e governare un problema, bensì servono essenzialmente a raccogliere consenso, agitando la paura e la diffidenza dei cittadini di fronte a un sistema di accoglienza degli immigrati nel Paese problematico e a un’integrazione oggettivamente imperfetta. Ed è prevalentemente questo sentimento popolare, stimolato ad arte da uno staff di comunicatori professionali, ad aver fatto la fortuna di Matteo Salvini alla guida della Lega, passata dal 6,2% dei voti alle europee del 2014 (quelle del Pd di Renzi che volò al 40%), al 34,3% – pari a oltre 9 milioni di elettori – delle ultime elezioni europee e ulteriormente spinta avanti dai sondaggi in seguito alle vicende dei comandanti delle barche Ong Carola Rackete e Tommaso Stella.

Il regolamento di Dublino
Significativamente, nel merito del problema della ripartizione dei migranti tra i Paesi dell’Unione europea, il governo Conte non ha adottato nessuna efficace iniziativa politica per rivedere il regolamento di Dublino, che scarica la responsabilità dei richiedenti asilo sul primo Paese di ingresso, lasciando quindi soli i Paesi costieri come l’Italia. Eppure il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell’Ue, in base a parametri oggettivi e con il reindirizzo delle domande di asilo verso altri Paesi, è uno dei punti inseriti nel contratto di governo Lega M5s (la proposta di riforma su questo tema approvata dal Parlamento europeo nel novembre 2017 e rivendicata dal nuovo presidente, David Sassoli, raccolse proprio l’astensione della Lega e il voto contrario del M5s, che allora lamentava come il peso dei migranti economici con quella proposta fosse lasciato ai Paesi d’ingresso).

L’inasprimento delle misure di polizia
In modo ancora più significativo, gli effetti dell’inasprimento delle misure di polizia amministrativa e di polizia giudiziaria sul controllo del mare territoriale contro l’immigrazione clandestina evidenziano come non siano le organizzazioni umanitarie con le loro imbarcazioni, che soccorrono i migranti, a forzare le norme del diritto internazionale e interno. Il decreto sicurezza bis, che ha suscitato nel mondo accademico diffuse riserve riguardo alla sua legittimità (per esempio quelle di Francesca De Vittor, docente di diritto internazionale all’università Cattolica di Milano, e di Lorenza Carlassare, docente emerito di diritto costituzionale all’università di Padova), alla prima occasione è stato disapplicato dalla giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, Alessandra Vella, chiamata a valutare il comportamento della capitana Carola Rackete arrestata dopo l’ingresso nel porto di Lampedusa per aver commesso violenza contro una nave da guerra.

Carola, l’adempimento del dovere del soccorso

Carola Rackete, comandante della Sea Watch 3

Secondo la materia disciplinata e la gerarchia delle fonti del diritto, ovvero la Costituzione e le convenzioni internazionali ratificate con leggi dall’Italia, la giudice ha ritenuto ininfluente il provvedimento di chiusura dei porti rispetto all’obbligo della comandante della Sea Watch 3 di portare i naufraghi soccorsi al largo della Libia nel porto sicuro più vicino. La giudice, che ha negato in base a una sentenza della Corte Costituzionale la qualità di nave da guerra alla motovedetta della Guardia di Finanza che opera in acque territoriali, facendo cadere la prima ipotesi di reato, ha riconosciuto la scriminante dell’esercizio del dovere imposto da una norma giuridica rispetto al reato di violenza a pubblico ufficiale contestato dal pubblico ministero per l’urto dell’imbarcazione della Finanza da parte della Sea Watch 3 al momento di attraccare nel porto di Lampedusa. Escludendo così la punibilità del fatto. 

Patronaggio: nessuna prova di complicità con i trafficanti

Tommaso Stella, comandante del veliero AlexandCo

Restano, per Carola Rackete come per Tommaso Stella e il capomissione Alessandro Palazzotto del veliero AlexandCo, il sequestro preventivo dell’imbarcazione e l’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma lo stesso procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, titolare del fascicolo, ascoltato dalle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera dei deputati la settimana scorsa, seppure parlando in termini generali senza riferirsi agli episodi specifici (il secondo peraltro allora incompiuto), ha escluso che da qualsiasi indagine siano emersi contatti preventivi tra trafficanti libici di migranti e membri delle Ong che giustifichino l’ipotesi di soccorsi in mare concordati. Non solo. Il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che per primo nel 2017 espresse pubblicamente sospetti su possibili connivenze tra trafficanti di essere umani e Ong, ha chiesto e ottenuto dal gip l’archiviazione dell’indagine aperta nei confronti dei responsabili dell’Ong Open Arms per associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina.

Criminalizzazione per ragioni politiche
La criminalizzazione attuata nei confronti delle organizzazioni umanitarie, che si reggono sull’azione di volontari e sui contributi liberi e diffusi di finanziatori privati, non poggia su alcun riscontro oggettivo e risponde in tutta evidenza solamente a esigenze di posizionamento politico ed elettorale.
Tanto che, sulla scia di Matteo Salvini che ha via via definito la comandante di Sea Watch 3 sbruffoncella, fuorilegge e criminale (provocando inevitabilmente come reazione l’annuncio di una querela per diffamazione), il M5s, secondo il più classico cliché sessista e con una descrizione iperbolica dei fatti, ha etichettato sul blog delle stelle Carola Rackete come una ““showgirl” che viola le nostre leggi rischiando di uccidere anche i nostri militari”. “Siamo alla più trash delle fiction”, secondo i pentastellati nonostante la chiara motivazione dell’ordinanza della giudice di Agrigento (soggetto processuale per cui il M5s solitamente parteggia) che non ne ha convalidato l’arresto. Nel post volto a segnalare gli sbarchi fantasma, il generoso impegno profuso dalle organizzazioni umanitarie nel salvataggio di vite umane nel Mediterraneo è stato ridotto a “un grande Truman show”, con inevitabili esiti di cattivo gusto considerando che purtroppo non c’è alcuna finzione nel rilevare che la più tragica delle rotte migratorie del mondo si è sviluppata proprio nel bacino che fu la culla della civiltà più antica, secondo il recente rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, che stima come in questo mare tra il 2014 e il 2018 abbiano perso la vita, tra morti recuperati e dispersi, 17.900 persone.

La guerra civile e le violenze in Libia sullo sfondo
Rispetto alle preoccupazioni del governo italiano, resta sullo sfondo lo scenario di guerra civile della Libia, dal quale proviene buona parte delle imbarcazioni della rotta mediterranea gestita dai trafficanti, scenario che invece è essenziale nelle motivazioni dei volontari delle Ong perché gli organismi internazionali e le inchieste giornalistiche hanno documentato le gravissime violenze e vessazioni  subite dai migranti nei centri di detenzione libici; la settimana scorsa nell’ambito del conflitto è stato addirittura bombardato il centro di Tajoura, nei pressi di Tripoli, con un bilancio di 53 morti e oltre cento feriti. Il governo e il Parlamento italiani confermano l’appoggio in termini di nuove motovedette e di addestramento alla guardia costiera libica, che fa capo al governo di accordo nazionale di al-Sarraj, impegnata a pattugliare le proprie coste per impedire le partenze dei migranti, intercettando e riportando indietro le imbarcazioni.

L’appello di Unhcr per rafforzare i soccorsi in mare
Ma l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati ha lanciato un appello affinché nessuna persona soccorsa nel Mediterraneo venga riportata in Libia e perché, alla luce dei rischi bellici, siano rilasciati e portati al sicuro tutti i 6mila migranti detenuti in Libia. E per ora ha ottenuto la chiusura del centro di detenzione di Tajoura bombardato, con la liberazione di 350 migranti.
L’Alto commissariato dell’Onu ha anche chiesto agli Stati di fare di più per smantellare le reti del traffico e della tratta di esseri umani, responsabili di torture, pestaggi, estorsioni e schiavitù verso le migliaia di profughi che attraversano l’Africa subsahariana e settentrionale, in fuga da 15 conflitti in atto nel continente.
La stessa Agenzia per i profughi ha chiesto di colmare le carenze delle capacità di soccorso nel Mediterraneo perché solamente quest’anno, fino al 9 luglio, le perdite nell’attraversamento del mare sono stimate in 667 vite umane.

Per Di Maio è solo disonestà intellettuale
A fronte di questo scenario, il vicepremier Luigi Di Maio pochi giorni fa ha attribuito disonestà intellettuale alle Ong impegnate su questo fronte. “La Marina libica – ha affermato in una visuale prettamente interna – sta portando avanti un lavoro nelle acque Sar (ricerca e soccorso, ndr). Se su mille persone che preleva la Marina libica in un periodo, ogni tanto la Ong va lì, ne prende cinquanta e le porta in Italia per sfidare questo governo, per me questo è un atteggiamento disonesto intellettualmente”. E non invece un’azione per evitare che almeno quei cinquanta tornino nei centri di detenzione sotto le bombe e le violenze libiche o rischino di annegare. 

L’Africa una polveriera
In ogni caso, l’Africa è una polveriera per il fenomeno migratorio. Anche il capomissione in Libia di Medici senza frontiere ha chiesto per le gravissime condizioni sanitarie e di degrado l’evacuazione umanitaria dei centri di detenzione dei migranti.
La possibilità di rilasciare i 6mila migranti illegali detenuti, che tenterebbero in ogni modo la traversata del Mediterraneo, è stata paventata dallo stesso governo di Fayez al-Sarraj, il cui ministro dell’interno ha fatto presente che comunque fuori dai centri di detenzione c’è una pressione di altre centinaia di migliaia di persone che vogliono raggiungere l’Europa.
Peraltro, la prospettiva di un peggioramento delle condizioni climatiche ed economiche del continente rendono prevedibile nei prossimi anni un incremento del movimento migratorio tanto che sul piano della governance mondiale si impone come prioritario e urgente un piano coordinato di aiuti internazionali che incentivi in Africa le risorse autoctone di sviluppo per trattenere la popolazione.
Mentre il traffico di esseri umani che alligna sulla disperazione di migliaia di perseguitati, non si stroncherà finché non saranno attivati corridoi umanitari e canali legali di ingresso per i rifugiati nei Paesi europei.
Eppure ancora nessun Paese prende l’iniziativa, neanche quelli più esposti nell’area del Mediterraneo come l’Italia.

Meno risorse sul fronte interno
D’altro canto, sul fronte interno italiano la chiusura nei territori di Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria) favorita dalla contrazione delle risorse distribuite attraverso le Prefetture per l’accoglienza dei migranti non è una soluzione perché alla criminalità organizzata e allo sfruttamento del lavoro nero la manovalanza straniera si sottrae solamente attraverso l’integrazione sociale fatta di molteplici iniziative inclusive. E se è vero che la criminalità è alimentata dagli immigrati clandestini, è ancora più vero che gli immigrati regolari hanno una tendenza a delinquere inferiore a quella degli italiani, proprio perché l’inclusione sociale è l’obiettivo di un percorso di riscatto perseguito per anni e spesso lungo migliaia di chilometri.

La politica muscolare esibita sul tema dell’immigrazione a favore di mass media e opinione pubblica, invece, non governa il fenomeno, bensì lo aggira e lo rinvia, con l’effetto di aggravarne potenzialmente le conseguenze nel tempo.